Se utilizziamo i social network per promuovere la nostra azienda, i nostri prodotti non possiamo pensare di utilizzare solo il posizionamento naturale, cioè la pubblicazione di post, immagini, video e aspettare che piacciano ai nostri fan o ai nostri contatti personali.

C’è bisogno di accompagnare il nostro lavoro di produzione di contenuti con campagne di advertising on line. Se parliamo di Facebook è necessario usare Facebook ADS.

Il posizionamento naturale di un post in Facebook tenta di raggiungere i fan che seguono una  pagina. Questo vorrà dire che fatto 1000 fan, se la pagina funziona molto bene (i fan sono quelli giusti) e i contenuti sono interessanti raggiungeremo tra le 500 e le 700 persone mediamente.

Ma quante di queste persone sono veramente interessate al nostro contenuto ? Per interessate intendo dire: Quante persone sono disposte a “comprarci” come brand, ad approfondire ciò che l’azienda propone in quel momento?

Per chi è il mio contenuto ? E’ trasversale o può interessare solo una parte dei miei fan ?

Se si vuole essere efficaci, pur di fronte a una platea mediamente interessata a ciò che racconto, bisogna ben individuare quali possono essere i soggetti per i quali la nostra proposta diventa quasi “irresistibile”.

Quali persone, maschi o femmine, quale età, di cosa si occupano e quali sono i loro interessi, in quale area geografica si muovono e così via.

Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di segmentare il nostro pubblico, sia tra quelli che ci seguono già, ma anche e soprattutto tra quelli che potrebbero seguirci, potrebbero essere interessati ai nostri prodotti ma che non lo fanno ancora.

Un lavoro giusto o sbagliato di segmentazione di una campagna Facebook fa di essa un successo o un insuccesso.

In fondo il marketing ha sempre lavorato, anche prima dell’avvento del web e del web 2.0,  per segmentare il mercato e costruire campagne promozionali in grado di colpire ed emozionare un determinato target.

Oggi utilizzando gli strumenti messi a disposizione da Facebook ADS e dall’area Facebook Business è possibile creare delle campagne molto ben targettizzate, monitorarle ed eventualmente correggerle e affinarle sempre meglio anche durante il lavoro di presenza sulla piattaforma.

Ma come si fa un corretto lavoro di segmentazione ? Lo vediamo in un prossimo post che andremo a pubblicare nei prossimi giorni. Tornate a trovarci !

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Al tempo di internet le vie del commercio sono infinite. E oggi più che mai l’ironia contenuta in questa affermazione lascia sempre più spazio alla serietà. Si perché il vendere (e comprare) al tempo del web e del mondo sempre connesso è cosa seria, e se fai passi falsi la macchina andrà in testacoda e con molta probabilità andrà a sbattere contro un muretto.

Google già da qualche tempo fornisce a utenti e imprese validi strumenti per promuovere l’attività, e posizionare l’azienda ai primi posti nelle ricerche sui motori di ricerca. Uno degli strumenti per farsi trovare sul web è rappresentato da Google My Business, strumento che consente di ramificare la presenza online, sfruttando il motore di ricerca. Consente di aggiornare velocemente le informazioni principali per far si che gli utenti abbiano una panoramica sempre completa per poter visitare l’attività e quindi fare acquisti sul web. Google My Business ha così raggruppato tutte in un unico applicativo, tutti gli strumenti per far si che si possa gestire tutto più facilmente, dato che proprio la frammentazione in passato aveva rappresentato un po’ il tallone d’Achille. In questo modo l’azienda ha buone possibilità di incrementare la propria reputazione. Quindi in parole povere Google My Business è una piattaforma con cui tenere sott’occhio performance e dati grazie ad Analytics. Con Maps poi abbiamo la possibilità di essere “scovati” abbastanza facilmente, oltre ad indicare orari di apertura e chiusura dell’attività. Una dashboard a tutti gli effetti in cui inserire e gestire i dati dell’attività. Una vista panoramica insomma con cui gestire e modificare i dati della nostra azienda sul web. Un applicativo che Google si impegna a migliorare costantemente.

Google My Business consente di creare 2 tipi di profili aziendali. Google My Business Local Google e Google My Business Brand. La differenza sta sostanzialmente nel fatto che mentre nel primo caso è rivolto ad aziende “anche” fisiche nel senso aziende che hanno una sede vera e propria, nella seconda tipologia lo standard di aziende a cui è rivolto è presente solo sul web.

Le aziende del tipo Local hanno la peculiarità che dovranno essere verificate con un PIN. Appena il titolare inserisce il PIN si entra automaticamente a far parte del gruppo Local. Le imprese local usufruiscono anche di una sorta di contatore per verificare il traffico sulla pagina.

Il posizionamento è molto importante e segue 3 regole. Pertinenza, distanza ed evidenza.

Non di secondo piano è la possibilità di creare post collegati alle pagine, con possibilità di rendere i post visualizzabili per un periodo limitato, ancora in fase di valutazione essendo ancora in versione beta.

Non solo Google. Anche i fratelli del celeberrimo marchio hanno la loro sezione business come ad esempio Bing. Tra le maps più famose dove poter creare il proprio profilo, ricordiamo FourSquare, Apple Maps, Factual, Hotfrog e LinkedIn.

di Alessandro Direse

Non esitare a contattarci per dubbi e approfondimenti.

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Mi è capitato sempre di dire che sul web il sito internet, il portale di e-commerce non possono vivere di vita propria. Possono certamente essere il terminale, il punto d’arrivo di una strategia digitale più ampia, ma non possono essere l’unico strumento dell’azienda presente sulla rete. Ho parlato spesso di ecosistema web e continuerò a farlo perché sono convinto che è l’insieme degli strumenti usati bene e in correlazione tra di loro che rendono efficace le strategie e le tattiche di marketing digitali consentendoci di giungere ai risultati sperati.

I canali social sono un altro pezzo dell’ecosistema web, un pezzo importante, ma, anche qui, non l’unico.

E’ possibile tirare giù un elenco unico e valido per tutti dei social utili da utilizzare in un ecosistema, delle cose da pubblicare, dei formati e delle modalità di pubblicazione ?

Io sarei del parere di dire: NO!

Ogni azienda, ogni prodotto, oserei dire ogni idea di business, ha obiettivi a sé stanti e tutti da progettare.

A cosa può essere utile l’utilizzo dei social ?

  • A rafforzare il brand aziendale
  • A creare una community attorno al brand
  • A generare relazioni
  • A generare lead
  • A trovare nuovi partner
  • A indurre all’acquisto, a vendere

Ognuno di questi sei obiettivi può essere completato dall’altro e può essere o diventare in realtà strumento per raggiungere ulteriori obiettivi di business.

Ad esempio: posso non essere conosciuto come azienda o può non essere conosciuto il mio prodotto e allora  utilizzo i canali social per far “girare” sulla rete il mio brand e creare una community attorno ad esso che parli dello stesso, che ne racconti le esperienze di utilizzo del prodotto, che invogli altri utenti ad entrare nella community… Qual’è il risultato da ottenere ? Rendere “riconoscibile” il brand… Anzi renderlo ricercato, quasi unico e invogliare i nostri interlocutori al suo utilizzo. Tradotto: in vendita del prodotto o fiducia estrema nell’azienda.

Il Web, specialmente se parliamo di Social, non è un canale di comunicazione fine a sé stesso è un luogo di relazione. L’utilizzo corretto e costante dei social network genera certamente nel tempo fiducia tra gli interlocutori e quindi genera una relazione. Genera quindi dei lead che sarà più semplice trasformare in clienti perché in essi si è già generato verso di voi un sentimento di fiducia.

Se parliamo di B2B è chiaro che i social network possono generare: partnership, collaborazioni, opportunità di business tra aziende.

Se il web, se i social raccontano esperienze positive con il vostro prodotto e lo “promuovono” potranno essere utili anche a “venderlo”.

Qual’è il social miglior per la mia azienda ? Non c’è !

Non c’è nel senso che dipende da cosa faccio, dove voglio arrivare, chi devo contattare, i miei interlocutori cosa vogliono vedere, leggere, ascoltare…

Facebook oggi è quasi imprescindibile, certamente anche Linkedin e Twitter lo sono.

Ma se vendo abbigliamento, viaggi, oppure sono un cuoco, offro ospitalità, vendo oggetti pregiati… che faccio, non apro anche un account su Instagram? E se ciò che faccio può essere meglio illustrato in una infografica rinuncio a Pinterest? E i video dove li metto su Youtube o su Facebook? Penso di fare delle dirette in streaming? In azienda si fanno degli eventi? In quale territorio opero, o il mio terreno di caccia è tutta la rete?

Come certamente avrete capito non c’è un dogma: “si fa così!” 

Bisogna costruire il progetto di marketing digitale non tralasciando nulla al caso. I canali social ? Proveremo a conoscerli uno ad uno nei prossimi post su “Strategie di Ecommerce”.

Intanto se volete guadagnare tempo contattateci !

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Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Quante volte abbiamo citato questo famoso detto in vita nostra? Quanto è applicabile alla vita di tutti i giorni, specie in unepoca in cui acquisti e transazioni on line sono all’ordine del giorno?

Nessuno comprerebbe roba di un certo valore per strada e da uno sconosciuto, ammettiamolo. Quando qualcuno compra qualcosa ha bisogno di instaurare un rapporto di fiducia con chi gli sta di fronte, cioè con chi vende.

Ecco 9 cose da non dimenticare da parte di chi vende:

  • Rendere interessanti i propri prodotti con contenuti studiati,chiari e in linea con le aspettative del possibile cliente.
  • Essere trasparenti nella vendita. Un sito o un venditore poco trasparenti, difficilmente ispireranno la fiducia del cliente.
  • Lavorare al fine di ottenere commenti e recensioni positivi in modo da attirare nuovi utenti.
  • Dietro il successo/insuccesso di un prodotto c’è sempre il comportamento di un gruppo. È la cosiddetta riprova sociale. Quindi è necessario che il passaparola sia positivo.
  • Il rapporto sulla rete è tra persone e non tra partite IVA. L’utente della rete cerca sempre nel brand la componente umana. Da non dimenticare.
  • Anche se, come si dice, l’apparenza inganna, è anche vero che se la prima impressione è positiva e la cosa avrà riscontro anche nei fatti, avremo un cliente che parlerà bene di noi. Una corretta strategia, un corretto comportamento aziendale, il supporto di consulenti del settore potrà aiutare in questo obiettivo.
  • Non eccedere e non essere assillanti con advertising e pop-up. Questi potrebbero distrarre dall’obiettivo finale che è quello della vendita. In breve potremmo dire: non distrarre mai il cliente dall’acquisto.
  • Mettere in evidenza i buoni risultati di un prodotto, magari attraverso il racconto dei propri clienti.
  • Rendere chiare le regole della transazione. Le truffe sono all’ordine del giorno.

Chi ben comincia è a metà dell’opera. A piccoli passi ci si avvicina alla meta. Cominciamo quindi da queste piccole ma fondamentali accortezze.

di Alessandro Direse

Contattaci, senza impegno, per una prima consulenza ! Intanto aiutaci raccontandoci qualcosa in più di te e dell’attività che hai in mente.

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Google Assistant si prepara a rivoluzionare il modo di fare ricerca sul web. Dimenticate dunque imprecisioni e incomprensioni. Nelle scorse settimane è giunto l’annuncio da parte della divisione hardware di Google relativo a una serie di dispositivi come pc, telefoni e altri dispositivi che saranno integrati con l’assistente.

Il progetto si presenta ambizioso. L’assistente virtuale sarà in grado di conversare e rispondere alle domande degli utenti. Un’altra bella novità sarà la ricerca che sarà ancor più personalizzata, quasi cucita su misura dell’utente intercettandone gusti e preferenze.

Rivoluzione anche sotto il profilo terminologico e tecnico. La rivoluzione portata da Google Assistant ha portato alla nascita dell’acronimo PASO (Personal Assistant Search Optimization) che molto verosimilmente ci farà congedare dal SEO. Con la nuova rivoluzione Google, il numero dei risultati sarà notevolmente ridotto e molto più preciso.

Google Assistant permetterà di prenotare posti al cinema o in treno e consiglierà la pizzeria migliore tramite una semplice conversazione.

I brand dovranno anche darsi da fare per entrare a far parte loro stessi del nuovo sistema Google Assistant. In questo modo potranno dialogare direttamente con i clienti.

Cambierà la strategia SEO? Al momento non è certo. Seguiremo gli sviluppi e vedremo che succede, al momento proviamo a restare sul pezzo.

Intanto se volete approfondire con noi strategie e tattiche per l’ecommerce possiamo incontrarci al prossimo #EcommerceLAB che si terrà a Foggia il prossimo 1 dicembre ad Expandere a partire dalle 14,30 in Camera di Commercio.

Per iscrivervi e partecipare cliccate qui !

di Alessandro Direse

Proviamo a capire cos’è il cognitive marketing facendo un passo indietro nel tempo. Si perché un po’ tutti da bambini (e non solo da bambini) abbiamo sognato di interpretare il pensiero di chi ci stava di fronte. Bene, il cognitive marketing è un po’ come interpretare il pensiero e i comportamenti dell’utente a cui mostriamo qualcosa, a cui facciamo vivere un’esperienza. Dobbiamo creare una sorta di interconnessione tra noi e lui, dobbiamo far capire il messaggio che intendiamo comunicare con quel prodotto. Se riusciamo in questo scopo riusciremo nel tempo anche a fidelizzare il nostro cliente.

Fermo restando che l’obiettivo che porta ad adottare strumenti e strategie di cognitive marketing resta quello prioritario di una sempre crescente soddisfazione del cliente, gli strumenti da utilizzare e le strategie da mettere in campo sono molteplici, vediamo quali sono.

La tecnologia corre veloce, e con essa la possibilità di elaborare una grande quantità di dati. Questi ci consentono di conoscere meglio l’utente e di conoscerne in anticipo gusti e preferenze.

Abbiamo:

  1. Strumenti attraverso cui prevederne i comportamenti, grazie a una gran mole di dati). Essi prendono il nome di Predictive customer analytics.
  2. Sistemi che consentono in real time di ricostruire la storia del cliente. Questi sistemi prendono il nome di Audience segmentation e customer insights. Si avvalgono anche di strumenti esterni a quelli aziendali. Un esempio tipico può essere rappresentato dai social network e dai comportamenti che i nostri possibili clienti assumono su di essi
  3. Strumenti che favoriscono un’esperienza personalizzata. Con essi riusciamo a personalizzare i contenuti per ogni singolo utente in modo da rendere unica l’esperienza di utilizzo e di acquisto. Ne sono un esempio banner e messaggi vestiti sul cliente.
  4. Strumenti e strategie di customer marketing che aiutano a rendere coerenti tutti i canali in cui entriamo in contatto con l’utente.

Ma il mondo digitale e le sue relative strategie corrono tanto da evolvere velocemente.. Qual’è il futuro imminente ?

  • Se abbiamo già visto e parlato della personalizzazione automatica dei contenuti, qualcosa si sta muovendo per quanto riguarda la generazione automatica degli stessi.
  • Molto importanti saranno (in alcuni casi lo sono già) assistenti vocali e chatbot.

di Alessandro Direse

Una volta definito un Business Plan in un progetto di e-commerce, una volta stabilita una strategia, le persone a disposizione e i budget da utilizzare, c’è bisogno di cominciare a lavorare sui nostri canali.

Da dove cominciamo?

Dato per scontato che sappiamo che la rete internet si è evoluta molto negli anni passando da uno strumento di comunicazione a un strumento utile a creare relazioni, a generare lead quindi e a misurare il sentiment del nostro pubblico, dobbiamo essere anche consapevoli del fatto che le relazioni si basano su un principio fondamentale: Il “baratto”, cioè la disponibilità a dare qualcosa per ricevere qualcos’altro in cambio.

Se mi aspetto che qualcuno mi lasci la sua e-mail devo essere in grado di dargli qualcosa di utile in cambio. Un video? Un white-paper? Un mini corso? Una demo? Altro?

In ogni caso si tratta di promettere in cambio contenuti che vanno pensati e prodotti in base a ciò che vogliamo raggiungere. Fosse anche un “mi piace” su Facebook o una condivisione sui vari canali social.

Ma come produciamo contenuti?

Una delle cose che mi capita più spesso è quella di incontrare imprenditori preparatissimi, che sanno tutto o quasi del loro settore e della loro attività, ma che poi si bloccano o si perdono quando devono decidere come, quando, cosa pubblicare e chi lo deve fare…

La realtà è che bisogna mettere giù un vero e proprio piano editoriale.

Se ci facciamo qualche domanda possiamo essere facilitati nel lavoro di stesura:

  • Su quali prodotti o servizi puntiamo per ogni determinato periodo dell’anno? A questa domanda possiamo rispondere più facilmente se abbiamo in azienda un piano commerciale chiaro e definito in grado di fornirci questo genere di informazioni.
  • Ci saranno Eventi? Abbiamo pensato cioè di realizzare degli eventi in azienda? Abbiamo già un programma e delle date? Se la risposta è “si”, allora dobbiamo organizzarci affinché con congruo anticipo noi si possa generare la comunicazione del singolo evento e veicolarla a tutti i nostri contatti e a tutta la nostra “rete”. Partecipiamo a fiere ed eventi? Esattamente la stessa cosa. Promuoviamo la nostra partecipazione e invitiamo i nostri interlocutori. Facciamo campagne di advertising per generare nuovi contatti attraverso l’invito alla partecipazione.
  • Ci sono particolari attività stagionali? E’ chiaro che se la nostra attività ha anche la particolarità di avere dei picchi e/o dei “bassi” stagionali, allora bisognerà anche programmare attività che vadano a sostenere i picchi, ma anche e forse, soprattutto, i momenti dove l’attività di vendita è meno intensa.
  • Quali sconti o promozioni? Se facciamo sconti o particolari promozioni oltre a comunicare gli stessi dobbiamo fare un’attività di produzione contenuti a supporto. Mai tenere scollegata l’attività aziendale (la scontistica o le promozioni ad esempio) dal resto dell’attività di produzione dei contenuti. Contenuti che vanno oltre la semplice promozione di un prodotto, ma che ne spieghino caratteristiche e punti di forza sono sempre molto ben accetti dalla nostra utenza.
  • Faremo delle dirette streaming? Il video è uno di quei contenuti, insieme alle immagini, che più crea audience soprattutto nei canali social. Oggi è sempre più facile realizzare anche delle dirette internet che, ad esempio, facciano vivere, anche a chi non è potuto essere presente fisicamente, un evento aziendale. Canali come Facebook (e non solo) non richiedono alcuna competenza tecnica per fare streaming. Basta uno Smartphone e il gioco è fatto. Pensate che Facebook, nel mentre la diretta viene effettuata, segnala a tutti i vostri fan l’evento in tempo reale e la pubblicazione del video una volta che la diretta sia finita. Se facciamo streaming quindi, annunciamolo. E’ un modo per far conoscere l’azienda e generare nuovi lead.
  • Realizzeremo e pubblicheremo dei video? Tenendo conto che i concetti sono gli stessi del punto precedente, se produciamo e pubblichiamo video, rendiamolo noto perché essi di solito generano interesse. Se poi i video sono a valore aggiunto facciamo in modo che i nostri potenziali clienti per usufruirne ci lascino in cambio almeno una e-mail.
  • Presentiamo dei casi di successo? Non c’è nulla di più convincente di un caso concreto di successo per convincere della bontà di un nostro prodotto o servizio. Se poi il racconto è fatto direttamente dai nostri clienti allora l’attenzione e la possibilità di engagement aumenta in modo esponenziale.
  • Quali territori vogliamo «colpire»? Fare e-commerce o mettere su un’attività che raggiunga risultati grazie al digitale non significa necessariamente vendere on-line. Posso utilizzare “tutti i trucchi dell’e-commerce” e puntare a vendere in store piuttosto che on line. In questo caso bisogna avere ben chiari i territori che voglio raggiungere con il mio “messaggio”, ma soprattutto i territori che posso veramente servire attraverso la mia attività. A tutti piacerebbe vendere anche in una grande città pur essendo in una città territorialmente periferica. Vorremmo tutti magari vendere a Milano o a New-York, il problema è capire se siamo in grado veramente di farlo oppure se dobbiamo puntare a vendere in un territorio ben più vicino e circoscritto.
  • Quali clienti? Inserisco qui verso la fine di questa riflessione questa domanda, ma è chiaro che questa è una delle prime domande che un imprenditore si deve porre già in fase di ideazione della propria azienda, già in fase di stesura del proprio Business Plan. Se conosco i miei clienti posso creare contenuti più adeguati a loro e in grado di coinvolgerli.
  • Quali «personas»? Abbiamo nella nostra mente dei “clienti tipo” (ideali) che penso si possano avvicinare con interesse alla mia attività? Devo tracciarne il profilo ideale, il loro carattere, i loro interessi, la loro condizione sociale, la loro famiglia, il loro lavoro, il loro tempo a disposizione e così via e arrivare a costruire dei contenuti e delle proposte fatte a posta per loro.

Se vuoi approfondire contattaci !

Ho avuto la fortuna, negli ultimi 5 anni di attività come consulente, di aver seguito e quindi visto nascere, crescere e consolidarsi eCommerce in mercati anche molto differenti tra loro, di aver convissuto con l’imprenditore mio cliente tutte le sofferenze, le paure, i rischi, ma anche le soddisfazioni che ogni progetto ha evidenziato nel suo sviluppo.

Il primo anno come è normale attendersi è servito per capire il mercato in cui si compete, le proprie potenzialità, e per farsi conoscere investendo principalmente sulla propria visibilità.

Il secondo anno, consapevoli dei propri punti di forza e debolezze e di quelli dei propri competitori diretti, ha iniziato a dare i frutti attesi presidiando le nicchie ben individuate e servite investendo nel migliorare il processo di vendita e di fidelizzazione del cliente.

Il terzo anno la piattaforma richiede una evoluzione per adeguarsi alle esigenze sia dell’azienda che dei clienti acquisiti che nel frattempo sono mutate rispetto al primo progetto di sviluppo, per cui è stato necessario investire nella introduzione di strumenti di marketing automation per ridurre i tempi operativi di gestione a vantaggio delle attività strategiche di marketing e lead generation.

Ma il terzo anno è anche il momento che solitamente richiede una scelta fondamentale.

Ovvero spingere sull’accelleratore per diventare veramente grandi e puntare ad una posizione di leadership nel proprio mercato o nicchia di riferimento, oppure consolidare le posizioni rischiando ovviamente che tale approccio conservativo porti, presto o tardi, ad un momento di flessione mettendo così a rischio il patrimonio di clienti creato fino a quel momento.

In questo momento di scelta non facile, il nostro cliente, che nel frattempo ha acquisito anche capacità operative da parte del team dedicato all’eCommerce, è fortemente tentato dall’ internalizzare tutte le funzioni relative allo store e alla sua gestione, compiendo così, a mio avviso, un grande errore strategico.

Mentre considero naturale e anche auspicabile che attività di gestione vengano espletate da personale interno all’azienda dedicato allo store on line, trovo meno condivisibile e addirittura limitante chiudersi all’interno anche su tutte quelle attività di analisi e decision making su tutti i fronti sia marketing che tecnologici collegati all’eCommerce.

Basterà un esempio per rendere più chiaro questo mio pensiero. In qualsiasi settore è vitale l’innovazione, che a volte può anche essere fare la stessa cosa ma in modo differente magari portando un modo di fare tipico in un settore diverso e introdurlo, e questa sarebbe una novità, nel proprio settore dove mai nessuno prima lo aveva mai fatto, appunto innovando. Per arrivare a concepire questo modo di innovare è però necessario interagire con realtà che non vivono la quotidianità aziendale e che anzi lavorando per diverse realtà tra loro differenti su mercati differenti, riescono a portare questa visione divergente in azienda. L’alternativa è appiattirsi su ciò che si è fatto finora e questo non sarà certo la premessa della crescita ricercata.

Raffaele Tortora – Direttore Commerciale Asernet Srl

Se è vero, come abbiamo visto che il punto vendita deve puntare al digital marketing in un’ottica di prossimità in modo da intercettare il pubblico e i possibili clienti che ruotano nella zona del proprio negozio (Webrooming), allora il primo passo da fare è creare un luogo su internet dove questi possibili clienti possano arrivare e trovare notizie utili per recarsi poi in negozio: il sito internet.

Non è assolutamente vero, quindi, che il punto vendita non abbia bisogno di un sito internet o che, se ce lo deve avere, deve essere semplicemente un sito istituzionale, cioè un luogo dove l’azienda dice semplicemente che esiste.

Dando per scontato che il punto vendita abbia un suo business plan e che lo abbia adeguato anche alla nuova avventura su web, sarà necessario disegnare una strategia con obiettivi ben chiari.

Innanzitutto dovrà essere chiaro se l’azienda ha un suo brand di negozio, oppure se vende prodotti con marchi e modelli conosciuti. In entrambi i casi ci sarà bisogno di disegnare una strategia specifica.

Negozio con prodotti di marche non particolarmente conosciute

Nel primo caso se il negozio non vende prodotti di marche particolarmente conosciute, ma con prestazioni simili a prodotti più conosciuti, bisognerà far conoscere sia il brand di negozio che le caratteristiche dei prodotti in vendita.

In questo caso giocheranno un ruolo fondamentale le schede prodotto che dovranno essere presenti nel sito aziendale che avrà quindi al suo interno un catalogo, esattamente come un sito e-commerce,  con la descrizione precisa del prodotto, delle sue caratteristiche e delle esperienze possibili che con essi si potranno vivere (immaginiamo: abbigliamento, elettronica, agroalimentare, ecc.).

Un grande ruolo sarà quindi giocato dai testi e dalle immagini presenti nella scheda prodotto tutti lavorati in ottica SEO (Search Engine Optimization). Si dovrà procedere in maniera attenta a un’analisi delle ricerche che vengono effettuate sulla rete sulla tipologia di prodotti che il negozio tratta  e vende e lavorare le schede di conseguenza, non secondo quello che è il nostro pensiero sulle possibili ricerche, ma secondo quelle che sono effettivamente le ricerche degli utenti sulla rete.

Ad esempio: se tutti cercano “Smartphone” è inutile inserire nel nostro testo “telefono cellulare”. Se tutti cercano “T-shirt” è inutile o meno efficace mettere “maglietta a maniche corte”. Meglio ancora potremmo immaginare un testo complesso con entrambe le diciture, ma con quella principale più in evidenza dell’altra, ad esempio nel titolo della scheda.

Altro fattore fondamentale sarà la georeferenziazione del negozio rispetto al suo territorio. Molto probabilmente sarà importante far capire che la “T-shirt” il cliente la potrà trovare a “Bari, Napoli, Milano”. In quel caso il cliente non solo troverà il prodotto che cerca, magari con caratteristiche e colori desiderati, ma che quei prodotti li potrà acquistare “sotto casa” a “quel prezzo” visto sulla rete.

Inutile dire che nel sito anche “gli orari di apertura” “il dove siamo” e il “come ci si arriva” devono essere chiari.

Negozio che rivende prodotti conosciuti e/o diffusi sulla rete a livello e-commerce

Altra storia è quella del negozio che vende prodotti “famosi” i cui brand, modelli, caratteristiche sono già esplicitati da tanti negozi e-commerce e dalle rispettive case madri.

In questo caso il grosso lavoro da fare è quello di inserire il nostro negozio e i relativi prodotti nel mare magnum della rete. Come bisogna fare ? Bisogna fare in modo che se io vendo “T-shirt Lacoste” questo particolare prodotto deve emergere a livello SEO all’interno del catalogo presente nel mio sito, la scheda anche qui deve essere dettagliata, ma qui il gioco e il ruolo fondamentale è quello della marca e del modello. Se qualcuno cerca  “T-shirt Lacoste” e in particolar modo le cerca a “Foggia” piuttosto che a “Pescara” bisognerà essere tra i primi risultati che il motore di ricerca restituisce all’utente. Questo risultato si deve ottenere nel lungo periodo con un buon posizionamento SEO geolocalizzato (“T-shirt Lacoste Foggia”) e con una buona dose di investimento “Adwords” in Google.

Quando parliamo di brand famosi quindi, la geolocalizzazione diventa importantissima, anzi fondamentale, come pure la politica di prezzo che non  può essere molto distante da quella praticata on line.

Tenendo conto che, come detto, molti guardano i prodotti sulla rete e poi li cercano nel negozio più vicino è bene “essere quel negozio più vicino” e fare in modo che, se ci dovesse essere una leggera differenza di prezzo rispetto all’online, la disponibilità di chi vende e assiste il cliente, la sensazione di toccare e provare il prodotto, di averlo subito a disposizione, impacchettarlo e portarlo a casa, vincano “senza se e senza ma” sul semplice risparmio.

Bisogna quindi avere le idee chiare, avere un buon negozio, il supporto di esperti, le giuste strategie, i giusti strumenti e una quota d’investimento giusta per incrementare le presenze e le vendite in negozio…  Così i risultati si riescono ad ottenere.

Di queste cose parleremo nei prossimi appuntamenti di #EcommerceLAB,

I marchi citati in questo post sono registrati dai rispettivi proprietari

Secondo una ricerca realizzata negli Stati Uniti, ancora il 70% delle persone preferisce acquistare in negozio piuttosto che on line.

Seppure desta preoccupazione il fenomeno dello showrooming, cioè l’abitudine di andare in negozio, provare o vedere un prodotto e poi acquistarlo on line, dobbiamo dire che il fenomeno opposto (il webrooming) è il più diffuso e cioè andare on line cercare un prodotto, vedere caratteristiche e prezzi e poi andare in negozio ad acquistare il prodotto.

Secondo alcune ricerche, mentre lo showrooming è praticato dal 20% dei clienti, pare che il webrooming sia un fenomeno che interessi ben il 40% dei possibili clienti di un negozio .

E’ chiaro che, se è così, il webrooming può essere un grande vantaggio per chi possiede un negozio reale, un punto vendita. Riuscire a intercettare nella propria zona (città – territorio) i clienti che cercano sulla rete dei prodotti e portarli all’interno del proprio store è un obiettivo che non si può né tralasciare, né lasciare ad altri.
Ma perché un consumatore, oggi, con l’avvento delle tecnologie e delle consegne veloci preferisce ancora andare in negozio ? Ecco alcune motivazioni:

  • Per toccare con mano il prodotto; vederlo, provarlo.
  • Per avere la soddisfazione (non da poco) di portare subito a casa il prodotto
  • Perché è più comodo restituire la merce in caso di necessità
  • Per non pagare le spese di spedizione

Quindi? Quindi la battaglia del negozio tradizionale non è persa nei confronti dei negozi digitali, anzi è tutta da giocare. Dove ? Proprio sul digitale e sul proprio territorio.

Il negozio fisico può giocarsi le sue carte diventando multicanale cioè utilizzando sia la rete, sia la forza del negozio fisico per rafforzare il proprio brand e per gestire il rapporto con la clientela.

Essere trovati sulla rete, offrire tutte le informazioni sui propri prodotti, lavorare alla fidelizzazione dei propri clienti, tenerli informati e in contatto, gestire relazioni, fare in modo che i clienti in store possano vivere esperienze, sentire profumi, toccare il prodotto, saggiare una stoffa, vedere un effetto tecnologico sono effetti che un negozio solo digitale non può offrire. E’ su questo che il commerciante del ventunesimo secolo deve giocare.

L’ecosistema digitale del negozio e quello fisico diventano un tutt’uno e cooperano per raggiungere risultati sempre migliori.

Avere un sito quindi e i relativi altri canali web a supporto del negozio è fondamentale per migliorare le performance di quest’ultimo.

Basta mettere in campo strategie e strumenti giusti. Il vostro brand sul territorio crescerà, così come cresceranno le vendite. Ne parleremo nei prossimi appuntamenti di #EcommerceLAB, se invece hai voglia di parlare con noi subito per saperne di più contattaci.